Spring 2008

 

FICTION

 

Touch and Go 

 

by Nico Bignami

 

 

Finalmente ce l’avevo fatta: stavo volando con prua 270, a trecento piedi dal suolo, sulla verticale della via Hepin Men. Non appena fui al traverso, sulla sinistra della nuova stazione ferroviaria di Pechino Ovest, puntai sul raccordo autostradale di Liu Li Qiao, dove comincia l’autostrada per Taiyuan. Poi, sempre tenendo l’autostrada sulla sinistra, continuai il volo a bassa quota, schivando alberi e fili della corrente. Alla mia destra Bai Yun, un ragazzino di otto anni, era raggiante di gioia: non faceva che ridere e agitarsi sul sedile. Sorrisi e dissi al piccolo Nuvola Bianca, così si traduce Bai Yun, che fra venti minuti al massimo avrebbe riabbracciato sua madre.

 

Era stato più facile di quanto non avessi creduto: un volo semplice, senza storia. Non potevo sbagliare. Dopo un’accurata preparazione, tutto era andato liscio come l’olio. Un solo momento un po’ difficile: dopo la virata a destra, basso sugli alberi del parco Zhong Shan, avevo ridotto il motore per prepararmi alla discesa nella piazza e impostato la velocità a sessantacinque nodi quando avevo visto una macchina che stava dirigendosi verso il punto dove io avrei dovuto toccare. Maledizione! Dovetti scavalcarla e posarmi subito davanti, usando un po’ di motore, poi via i flaps per sprofondare, pam!, sul terreno, e ancora 30 gradi di flap e tutta potenza per risalire dalla piazza con il massimo rateo di salita.

 

Erano passati anni da quando mi era venuta l’idea di fare un touch and go nella Piazza Tian An Men. Volevo fare qualcosa di diverso, mai provato, come quel pilota che era passato sotto l’Arco di Trionfo a Parigi o quel tedesco che era atterrato nella Piazza Rossa a Mosca, nel 1987. Fu appunto l’impresa di quest ultimo che mi fece venire la bella idea di fare un touch and go nella grande piazza di Pechino.

 

Cominciai allora a preparare il progetto nei dettagli. Per prima cosa, misurai la lunghezza della piazza sul lato destro guardando verso sud: più di mille passi dalla Chang An a nord fino alla Qian Men, laggiù in fondo. Mille passi sono l’equivalente di novecento metri, una distanza almeno doppia del necessario. Gli ostacoli, venendo a volo radente dal parco Zhong Shan e dopo aver riattaccato a metà piazza, non costituivano alcun problema per un aereo tipo Cessna 172, volando in aria fredda e con poco carburante. Le manovre per un volo a bassa quota, inferiore a quella degli edifici più alti, e la precisione nel toccare il suolo nel punto giusto non erano certo un problema per me che avevo alle spalle anni di esperienza di gare aeronautiche, dove si riusciva a navigare precisi al minuto, e anche meno, e si appoggiava il carrello sulla riga bianca assegnata, con un’approssimazione di due o tre metri al massimo.

 

Per non lasciare niente al caso, ispezionai in bicicletta tutto il percorso per accertare che non ci fossero fili tesi tra gli edifici o altre sorprese. Presi appunti e calcolai le prue e le quote minime, in caso la visibilità fosse scesa e avessi dovuto continuare il volo con gli strumenti.

 

Quando tutto fu pronto cominciarono i dubbi. Mi sembrò che quel che stavo per fare non avesse molto senso. Oltretutto non avevo trovato ancora l’aereo adatto, e questo era un motivo da aggiungere al fatto che avrei compiuto un’azione illegale volando basso sulla città, rischiando parecchio, senza avere uno scopo veramente valido. Mi resi conto che avevo progettato una bravata e nulla più. Dopo un periodo di esitazione annullai tutto e dimenticai la cosa.

 

Nella seconda metà degli anni 90 furono create in Cina le prime scuole di volo, a gestione privata. Ne fu aperta una a nord di Pechino, vicino alle tombe Ming; vi andai per volare su aerei ultraleggeri. Trovai la pista, gli ostacoli e gli aeromobili pericolosi: dopo tre volte lasciai perdere. Tentai io stesso di aprire una scuola di volo a Pechino, così avrei avuto la possibilità di praticare il mio sport preferito, ma le difficoltà incontrate mi dissuasero ben presto. Finalmente, seppi che nella provincia dell’Hebei, una trentina di kilometri a sud ovest di Pechino, era stato aperto un aeroclub. Operava tre Cessna 172 più due ultraleggeri.

 

Mi presentai sul campo dove fui bene accolto; cominciai a volare con l’istruttore, fino a che ottenni l’equivalente del mio brevetto canadese. Poi fui autorizzato a volare da solo: bisognava restare a sud e a ovest del campo, non superare i duemila piedi. Non occorreva chiamare nessuno per radio, eccetto la FSS del club, per decolli e atterraggi. Niente transponder, niente controllo radar, niente di niente.

 

Era bello volare in quel modo, come ai vecchi tempi, in piena libertà, senza l’assillo dei controllori di volo che vogliono sapere chi sei e dove vai e che cosa hai mangiato a colazione.

 

La pianura verde, gialla o marrone era là tutta per me. Mi piaceva restare a cinquecento piedi, il minimo legale, quando passavo vicino ai villaggi; poi giù a sfiorare gli alberi, e anche più giù, quasi a sentire l’odore della terra e dell’erba.

 

Mi recavo al campo un paio di volte alla settimana e mi piaceva decollare quando il sole cominciava ad abbassarsi all’orizzonte. Era il momento più bello, con la luce che si affievoliva e la leggera foschia che ammorbidiva i contorni del paesaggio. I villaggi agricoli, quasi tutti della stessa dimensione, due o trecento case al massimo della stessa forma e allineate a schiera, erano di colore grigio-marrone. Si assomigliavano tutti ed erano tanto diversi da quelli che ero abituato a vedere in Canada o in Europa, dove al centro dell’abitato si poteva scorgere la chiesa e il municipio. Qui, niente piazza principale o edificio predominante; non ci sono case sparse al di fuori del paese. I cinesi, si sa, amano vivere raggruppati.

 

Un bel giorno, verso la fine dell’estate, durante un volo un po’ più a sud del solito, vidi una casetta isolata, lontana almeno venti o trenta chilometri da ogni centro abitato. Mi parve una cosa rara e mi recai sull’obbiettivo per vedere da vicino. Feci una puntata, e passai a pochi metri. Poi richiamai, virata in cabrata, e compii un secondo passaggio nel tornare indietro. Due persone uscirono a salutare agitando le braccia: una donna e un bambino.

 

La settimana dopo feci un altro passaggio basso, più basso e più lento, proprio a lato della casetta, e osservai meglio gli abitanti; risposi al loro saluto. Poi ci fu un terzo volo, e un quarto: stavo prendendo gusto a far visita ai miei nuovi amici. Più facevo passaggi e più mi pareva di conoscerli. Mi sorridevano ogni volta, e il bambino faceva salti di gioia. La donna a volte indossava gonne molto colorate, a volte i pantaloni, e agitava spesso un cappello di paglia. Ormai avevo fatto l’abitudine a quella rotta, la conoscevo a memoria, 210 gradi, 16 minuti di volo. Un giorno che la visibilità era ridotta al minimo, mi recai lo stesso alla casetta, volando con gli strumenti, per non deludere i due che sicuramente mi aspettavano.

 

Un pomeriggio di settembre, dopo ispezione a bassa altitudine e qualche strisciata sul terreno per saggiarne la durezza, atterrai proprio vicino al piccolo edificio di mattoni. Fui accolto come un vecchio amico e furono fatte le presentazioni: lei si chiamava Fu Xue, e Bai Yun era suo figlio. Entrammo e bevemmo una tazza di tè. La donna era sulla trentina, alta e magra, zigomi marcati, emanava un forte odore di sudore. Il bimbo aveva l’apparente età di cinque o sei anni, pallido, magro, aria malaticcia. Infatti era malato, mi disse Fu Xue, e aveva già otto anni. Promisi che sarei tornato e ridecollai.

 

La volta successiva che mi recai da loro portai un modellino di aereo per il ragazzo; gli diedi alcuni rudimenti sulla tecnica del volo, senza pretendere che capisse. Sua madre fingeva di seguire il mio discorso e annuiva sovente, come spesso si fa in Cina quando non si capisce ma non si vuole perdere la faccia.

 

Ci furono altre visite, pochi minuti ogni volta. Ormai lo scopo dei miei voletti era quello di fare un salto “a casa.” Una strana amicizia sembrava nata e sentivo che i due mi consideravano parte della famiglia. Nuvoletta, così lo chiamavo, stravedeva per me. Quando arrivavo il suo volto brillava, e quando decollavo era sempre sul punto di piangere. Forse mi considerava come un padre. Sentivo che aveva bisogno di me. Nessuno più di un bambino sa ricevere l’amore di un’altra persona.

 

Una sera mi recai da loro in macchina. Fu Xue cucinò parecchi piatti, semplici ma gustosi. Si mangiò alla luce della lampada a gas; la donna odorava assai meno di sudore, solo quel tanto che bastava per farsi riconoscere.

 

Non feci domande, ma lei mi raccontò come e perché viveva da sola, in un posto isolato, col figlio. Quando abitava a Sanjia Cun, non molto lontano e un po’ più a ovest, era stata amata da due uomini nello stesso periodo. Non si seppe decidere perché le piacevano entrambi; continuò così finché, ahimé, fu troppo tardi. Era in attesa di un figlio e non sapeva chi ne fosse il padre. Tentò di convincere Liu a sposarla, poi ci provò con Chen, che era più giovane e non era fidanzato come l’altro. Tutto fu invano: a nulla valsero le pressioni e le lacrime. Le consigliarono di abortire, ma lei continuò a insistere: voleva un marito e un padre per il figlio, sarebbe riuscita a spuntarla. Ma non fu così…

 

Quando il piccolo Bai Yun nacque, ovviamente non fu registrato. Dopo quasi due anni e innumerevoli riunioni al consiglio del villaggio, per risolvere il caso in modo umano, fu lasciata a Fu Xue la possibilità di insediarsi in una casa isolata disabitata da almeno dieci anni, e che non apparteneva a nessuna delle unità agricole circostanti. Così non ci sarebbe stato il problema del Gu Kou, il diritto di residenza. Lei non avrebbe pagato nessun affitto, avrebbe coltivato il pezzetto di terra circostante e avrebbe venduto i prodotti al villaggio. I genitori della donna la spinsero ad accettare l’offerta vantaggiosa che avrebbe messo fine, oltretutto, al loro imbarazzo. E lei avrebbe finito di stare in mezzo a gente che la faceva vivere nella vergogna.

 

Fu Xue prese a vivere isolata, odiando tutti, compresi i genitori. Allevò galline e coltivò verdura che vendeva a un altro villaggio, più lontano.

 

La vera preoccupazione era il piccolo che cresceva poco, era gracile e senza forze. Si era recata all’ambulatorio del villaggio “amico” per farlo visitare; fu prelevato del sangue e inviato a un ospedale, per l’analisi, sotto falso nome. La risposta non fu chiara: si parlava di una malattia dal nome strano, forse difficile da curare. Occorrevano altre analisi e le cure sarebbero state costose, perché Bai Yun ufficialmente non esisteva, e non era coperto dall’assistenza pubblica. Non c’era tuttavia da disperarsi, si sarebbe trovata una soluzione.

 

Per fortuna negli ultimi tempi sembrava che il piccolo si stesse rimettendo: stava molto meglio. Certo sarebbe guarito, sarebbe cresciuto bello e sano come gli altri. Fu Xue pensava già di poterlo mandare a scuola, anche se un po’ in ritardo: avrebbe recuperato.

 

Quando uscii per riprendere la macchina era già buio. Ebbi parecchi problemi a trovare la via del ritorno, tutte quelle stradine e viottoli erbosi che si confondevano con i campi, niente luci né indicazioni, il rischio di scivolare in qualche fosso… Fu dura, ma finalmente arrivai alla strada principale e rientrai a Pechino. Quanto sarebbe stato più facile in aereo: anche di notte, nessuna difficoltà.

 

Per più di due settimane fui lontano dalla capitale, viaggiai a sud per lavoro. Appena rientrato, mi precipitai all’aeroclub e decollai immediatamente con prua 210. Mi pareva quasi che mi mancasse l’odore del sudore della donna, e già anticipavo la voce allegra di Bai Yun, che presto mi sarebbe corso fra le braccia. Ero proprio contento di tornare “a casa” ancora una volta.

 

Offrii a Fu Xue un flaconcino di profumo e al piccolo un libro con molte fotografie di aeroplani. Suggerii timidamente di cominciare a istruire il bambino: non poteva crescere selvatico e ignorante come sua madre, ma non lo dissi. La risposta della contadina fu lapidaria: “Guarda me, io ho studiato ed ecco il risultato.” Trovai che il discorso aveva una certa logica, forse restare ignoranti non era poi tanto male.

 

Il piccolo si esprimeva in modo semplice ma chiaro; per me era un vantaggio, poiché il mio vocabolario cinese non era poi tanto ricco. Anche la madre, benché avesse studiato, era rimasta a un livello minimo, quanto a comunicazione. Mi disse: “È buffo, non vedo e non parlo con nessuno. L’unico amico che ho sei tu, uno straniero. Mi fai sentire viva; da quando vieni qui tutto è cambiato. Ora ho persino voglia di indossare vestiti diversi, di tanto in tanto.”

 

Presi l’abitudine di atterrare ogni volta che volavo da loro, anche se mi fermavo solo pochi minuti. Non mi fu mai chiaro perché mi piacesse tanto recarmi là. Per loro io ero l’unico contatto umano, non imposto da esigenze pratiche; i nostri discorsi erano ridotti al minimo, ma era comunque assai bello esprimere le emozioni con gesti e sorrisi.

 

Il bambino mi adorava e si sentiva libero di comunicare con me. Quando si recava al villaggio per la vendita dei prodotti, Fu Xue gli diceva sempre di non parlare con nessuno, di non ascoltare nessuno: la gente era cattiva e bisognava diffidare. Lui avrebbe voluto trasgredire l’ordine della madre, farsi un amico magari… Io ero, a quanto pare, il suo solo amico.

 

Un giorno Bai Yun mi disse a bruciapelo: “Portami in volo, portami a Pechino. La mamma mi ha spesso parlato della famosa Piazza Tian An Men. Lei c’è stata già due volte.”

 

Per me fu come una folgorazione. Non esitai e risposi: “Sì, ti porterò, e vedrai la grande piazza, con i palazzi tutt’intorno e il mausoleo di Mao al centro, e la porta Qian Men al sud, e la Città Proibita alla tua sinistra. Sì, ti porterò in volo e molto presto.”

 

Rispolverai immediatamente il progetto del touch and go alla Tian An Men: ora avevo una ragione valida per effettuare il famoso volo. Nessun dubbio; avevo già dato la mia parola al ragazzo, e nulla mi avrebbe fermato.

 

Feci una seconda ispezione alla piazza, controllai il percorso di entrata e di uscita, presi nota dei nuovi edifici costruiti lungo il secondo anello e nella zona di Guan An Men. Rifeci tutti i calcoli, prue e quote e tempi di volo, e mi sentii pronto. Avrei volato su Pechino ai primi di ottobre, dopo la festa nazionale, perché in quei giorni c’è molta gente nella Piazza.

 

Il 6 ottobre controllai la meteo e decisi il volo per il giorno 7, tra le 12,30 e le 13, quando molti sono a tavola e ci sono poche macchine in circolazione. La sera precedente mi recai ad avvertire il mio passeggero di tenersi pronto. Fu Xue era più emozionata del figlio; non mi sembrava nemmeno odorasse di sudore. Forse mi ero abituato o forse si era ben lavata con l’acqua del pozzo. Ad un tratto mi disse: “Metto a dormire Bai Yun e…” e cominciò a slacciarsi la camicetta. “Non so come ripagarti per quello che fai per lui,” mi disse. “Io non ho danaro, prendimi … se ti piace.”

 

“No, no…” balbettai. “Tu non mi devi niente; la tua amicizia e lo spettacolo del tuo coraggio mi bastano. Non fare nulla, ti prego, non fare nulla…” Ripartii, confuso. Il gesto della donna mi aveva commosso.

 

Durante gli ultimi minuti di volo feci toccare i comandi al piccolo e gli feci effettuare qualche virata, quando avevo ripreso una certa quota, e l’aria era meno turbolenta. Volare sopra i tetti di Pechino era stato un vero ballo a causa delle termiche e del vento che soffiava; deviato dagli edifici più alti produceva dei vortici, e per evitare di essere colti dai radar non c’era altro modo che volare molto basso.

 

Atterrammo, e diedi a Fu Xue la parrucca di capelli lunghi, da donna, che avevo indossato durante il volo per confondere chi avesse preso fotografie o video, nella piazza, da distanza ravvicinata. Ci sono sempre turisti che sono a caccia di ricordi, e una foto sarebbe potuta cadere nelle mani della polizia. Poi staccai il nastro adesivo nero che avevo incollato sulla marca di immatricolazione dell’aereo, per cambiarla da B-4212 a B-3610, sigla che apparteneva, secondo il manuale di registrazione di tutti gli aerei cinesi, a un Cessna 208 basato a Zhuhai, solitamente noleggiato a compagnie straniere per la prospezione mineraria. Il Cessna 208 assomiglia molto al Cessna 172. È solo leggermente più grande, e ben pochi sarebbero stati in grado di distinguere i due modelli. Così gli investigatori erano serviti: avrebbero avuto il loro da fare a trovarmi.

 

Ridecollai presto e riconsegnai l’aereo al club, annotando sul log book una data e un tempo di volo che non coincidessero con i dati veri.

 

Potevo dormire sonni tranquilli. Tornando a casa ripensai alla missione compiuta e mi dissi che, anche se avevo un po’ barato con me stesso utilizzando il bambino per camuffare da azione umanitaria un mio capriccio, ebbene, a Bai Yun era piaciuto molto, e ciò era già motivo sufficiente. Quel bambino mi era entrato nel sangue, non so perché. I motivi che mi spingevano a mantenere viva quella strana relazione con madre e figlio non furono mai chiari per me; non era pietà, non era nemmeno una vera amicizia, non era amore… Seguivo semplicemente un istinto.

 

Decisi di rimanere alla larga dall’aero club per alcuni giorni, per evitare domande, qualora le autorità aeronautiche avessero indagato sul luogo.

 

Verso la fine di ottobre ripresi a volare e a fare passaggi sulla casina. Ogni volta la stessa accoglienza: mamma e figlio si sbracciavano per salutarmi. Le giornate si accorciavano, e io riducevo la durata dei voli per poter atterrare prima delle effemeridi.

 

Restai fuori dalla Cina per quasi due mesi. Al ritorno, per prima cosa, tornai al club e decollai verso sud. Il suolo era coperto di neve, e tutto era di un bianco uniforme; difficile navigare e trovare un posto. Mi ricordai della prua 210 e dopo un po’ fui sull’obbiettivo.

 

Quel giorno uscì solo Fu Xue e non agitò le braccia. Forse Bai Yun era a dormire o era finalmente andato a scuola, pensai. La volta successiva fu lo stesso: solo la donna era fuori. Non potei atterrare perché la neve mi avrebbe intrappolato e non avrei più potuto ridecollare.

 

Tre giorni dopo riprovai, e questa volta Fu Xue si tolse la giubba e la sventolò come una bandiera, per farmi capire che dovevo scendere. Tornai all’aeroporto, lasciai l’aereo e mi recai da lei in macchina. Quando arrivai quasi mi insultò perché ero rimasto via tanto tempo e mi ero fatto tanto pregare prima di scendere.

 

“È colpa della neve, e prima sono stato all’estero,” le dissi.

 

Aveva la faccia triste. Senza dire altro mi prese per mano e mi guidò verso un alberello che spuntava dalla neve. “Qui sotto,” mi disse, “c’è Bai Yun. Mi è morto fra le braccia. È successo tutto in un giorno, così in fretta, non ho avuto nemmeno il tempo di portarlo al paese in bicicletta. Forse l’avrebbero salvato. Sai, ti cercava spesso, e ti chiamava. Gli avevo promesso che saresti tornato. Sì, saresti tornato e saresti stato sempre qui con noi. Ho fatto tutto da sola, senza avvertire nessuno. Tanto, per gli altri lui non era nemmeno nato, non era un bambino legale, esisteva solo per me e per te. Ho tanto sperato che tu saresti arrivato in tempo. Ho tanto sperato…

 

“Ho sradicato quell’alberello che era vicino alla porta, ti ricordi, e l’ho trapiantato qui per segnare il posto: lo sappiamo solo noi due.

 

“Ti prego, stasera resta con me. Mi devi consigliare; non so cosa fare e dove andare. Forse tornerò al villaggio e mi occuperò dei miei genitori, ora che sono tornata a essere una donna senza niente di illegale.”

 

L’indomani mi disse: il tempo dell’odio è finito. Ho deciso, tornerò a Sanjia Cun; sono ancora giovane, e potrò ricominciare a vivere, forse. Se resto qui non smetterò più di piangere. Oltretutto non ho più un vero motivo per vivere in questo modo. Non venire più qui, non mi troveresti.”

 

Tornai invece un’ultima volta, alcuni giorni dopo, facendo un passaggio basso sull’albero di Bai Yun.

 

In seguito, non mi recai più all’aeroclub. Smisi di volare.

 

Nico Bignami è nato in Italia. La sua attività di imprenditore, la sua passione per l’aviazione e il suo spirito avventuroso lo hanno fatto viaggiare per tutte le contrade del mondo. Si è trasferito in Canada nel 1983 e vive a Montreal. Dal 1987 al 2002 ha lavorato in Cina come consulente aeronautico.

 

“Touch and go” è stata pubblicata nella raccolta dal titolo omonimo da Edarc Edizioni, Firenze, 2006.

 

Our Social Links

 

 

Advertisement


Photo Contest Insider


www.concorsifotografici.com


Advertisement

New Book by Longbridge

 

Click to order

Accenti Comment Guidelines
We welcome and encourage discussion and debate on the articles published on our website. We reserve the right to refuse to post or remove any content that is racist, sexist, or homophobic in nature, or which promotes any form of intolerance and hatred. We also reserve the right to remove content which otherwise promotes or endorses a product or service.



Home | Arts Calendar | Submissions | Writing Contest | Photo Contest | Store | Media Kit

P. O. Box 91510, RPO Robert Montreal, Quebec Canada, H1R 3X2 T. 514-329-3254 F. 514-329-4085

We acknowledge the financial support of the Government of Canada through the Canada Periodical Fund of the Department of Canadian Heritage.