​Fall 2006

COMMENTO
 


Perché  ho votato alle elezioni italiane


by Alberto Mario DeLogu
 

Accenti Commento : Perché ho votato alle elezioni italiane by Alberto Mario DeLogu
 

Vi sono molti modi di essere cittadini di un paese. Vi è il modo compiaciuto, ottocentesco e nazionalistico di chi in quel paese ci è nato e vissuto senza mai uscirne; vi è il modo travagliato e consapevole di chi è aduso a viaggiare e a porsi in confronto dialettico con altre culture; vi è poi il modo di chi, pur non viaggiando, si forma e s'informa attraverso libri e giornali ed in tal modo apre lodevolmente la mente, pur non potendo aprire l'uscio di casa.

 

Vi è infine il modo romantico e assai spesso utilitaristico di chi, da sempre cittadino di paesi d'immigrazione storica quali quelli delle Americhe e dell'Oceania, si ritrova un bel mattino in tasca un passaporto col nobile e frusto simbolo dell'old country, senza peraltro divenirne punto residente.

 

Io, che nella stravecchia Italia ci sono nato e cresciuto (per mia ventura o sventura – aeterna atque vexata questio!), sebbene risieda da tempo in Canada, umilmente aspiro a far parte della seconda categoria. Ed è per questo che ho salutato con enorme soddisfazione il voto degli italiani all'estero.

 

In molti ne avevano terror panico: il Globe and Mail ha protestato vivacemente per bocca dei suoi corsivisti e lettori. Molti lai di dissenso si sono levati dalle fila degli anglo- e dei franco-canadesi, e fin qui niente di male, per quanto ciò faccia a pugni col declamato multiculturalismo di cui il Canada suole gloriarsi. Ciò che stupisce è piuttosto la posizione contraria di parecchi italo-canadesi.

 

Parrebbe che molti di loro, accanto al sognante ed oleografico ricordo del Bel Paese, abbiano riscoperto un amore esclusivo e risorgimentale per la foglia d'acero. Ovvero, più prosaicamente, si riscoprano devoti al principio del no taxation without representation, vecchio di oltre duecento anni e francamente stantio in una società nella quale gli stakeholders trascendono ormai confini e cittadinanze fiscali, ed a maggior ragione in un paese nel quale un terzo dei contribuenti di una metropoli come Toronto non gode del diritto di voto.

 

Scrive Vittorio Frigerio, accademico e scrittore ticinese residente in Nova Scotia: "Che grandi compagnie multinazionali esercitino immani pressioni su governi e istituzioni internazionali, giungendo sino a comperarsi i rappresentanti del popolo per assicurare i loro interessi, non interessa nessuno. Ma che una persona comune voglia dire la sua sul governo di due paesi al contempo, ed ecco che si tirano fuori dai cassetti tutti i pregiudizi polverosi dei brutti tempi andati: traditori potenziali, ingrati, approfittatori e cosmopoliti infidi".

 

Molto spesso, quindi, la rapida e completa integrazione degli emigrati viene vissuta come titolo di merito, anziché come sintomo (qual è a mio avviso) di angustia culturale. Nel paese che si fregia di aver sostituito il vituperato melting pot statunitense con la più presentabile salad bowl, ciò è particolarmente preoccupante.

 

Per molti, ancor oggi, è bene che l'Italia resti pure l'agognato paradiso del bel vivere e del buon mangiare, e che gli emigrati restino a fare gli emigrati: domeniche alla Messa, zuppierone di pastasciutta, tifo per la nazionale di calcio, baci, abbracci e pacche sulle spalle. Ma che un bel giorno questi emigrati decidano finalmente di tornare ad occuparsi della politica del loro paese d'origine, questo sgomenta molti.

 

Dicevo all'inizio che si può essere cittadini in molti modi. Ebbene, un passaporto non rende cittadini ipso facto, sebbene non vi sia dubbio che la dicitura "Unione Europea" torni di grande utilità alla frontiera dell'aeroporto di Heathrow o del Charles De Gaulle. Ma questo spicciolame turistico-parassitario non dovrebbe essere una buona ragione per reclamare una cittadinanza né un passaporto.

 

Essere cittadini non è una questione di mera iscrizione all'anagrafe fiscale. In un mondo sempre più interdipendente, globalizzato e percorso da flussi d'informazione sempre più veloci, i portatori di più di una cittadinanza hanno il compito di portare un messaggio d'apertura e di solidarietà tra i popoli.

 

Esercitare il privilegio del voto in un paese complesso come l'Italia richiede capacità d'ascolto e di comprensione della sua multiforme realtà politica e sociale. Richiede capacità di discernere, tra programmi apparentemente uguali, le sostanziali e decisive differenze. (E d'altronde, ad ascoltare fugacemente i politici quebecchesi, non vi pare che questo angolo del Canada soffra sempre e solo dei soliti tre-quattro problemi: il carico fiscale, le attese ospedaliere, gli asili-nido e la langue française?)

 

Persino la richiesta di potenziare l'insegnamento della lingua italiana, soprattutto se vista dalla prospettiva di un paese come questo, nel quale la lingua francese sarebbe scomparsa se non fosse stata protetta da un fuoco di sbarramento legislativo e finanziario durato oltre trent'anni, non dovrebbe sembrare così incongrua.

 

Son felice di aver votato alle elezioni italiane dall'estero. Son felice di aver contribuito con questo atto semplicissimo ma non insignificante a costruire un ponte tra due popoli, due culture, due paesi distanti tra loro. Due paesi che oggi, nel terzo millennio, si ritrovano a condividere molti più interessi e preoccupazioni di quanti ne condividessero anche solo mezzo secolo fa.

 

Nonostante viva in Canada da quasi dieci anni, non ho ancora fatto domanda di cittadinanza canadese. E non la farò, almeno sino a quando non sarò certo di poter svolgere i miei doveri di cittadino canadese – in primis quello del voto – in piena scienza e coscienza.

 

Sino a quel giorno, sarò ben felice di continuare a mostrare ai funzionari di Immigration Canada del Trudeau o del Pearson il mio consunto passaporto amaranto con la corona d'alloro e la ruota dentata.

 

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