Winter 2007

FEATURE

 

Passeggiate Romane

 

by Fabrizio Intravaia

 

 

Carissima Chiara, ho deciso di scriverti questa lettera nel giorno della tua nascita per raccontarti qualcosa di me e della mia terra, ma forse sarebbe più giusto dire: qualcosa di me attraverso la mia terra. Perraccontarti delle sensazioni, perraccontarti degli stati d’animo, per raccontarti – come si dice – del mio “vissuto,” del tempo che passa e che ci cambia, dentro e fuori, per raccontarti chi sono ioveramente equanto mi è costato, in energie mentali, non fisiche – quelle sirecuperano con una bella dormita –emigrare, vivere altrove, vivere “straniero” pur se sono ormai tanti anni che vivo, e bene, in questo Paesefatto di cieli e di freddiimmensi.

 

Non voglio farti la descrizione delle chiese o dei monumenti della mia città. Quelli li potrai vedere in Internet o in un video. Potrai andarci e scoprirli da sola. No, nonvoglio farti nemmeno una noiosa lezionedi storia dell’arte. Sarebbe troppo facileparlarti della Colonna Traiana o dei trompe - l’oeil di AndreaPozzo. Mentre,invece, nessuno ti parlerà mai, se non io, tuo nonno, di cosa significa sedersi in unangolodi Piazza Navona e godersi, in un pomeriggio di primavera, quando il solebagna d’oro gli uomini e lepietre, un volo radente di rondini che attraversanovelocissime la piazza per andare a planare chissà dove, chissà su quali tetti,chissà dopo quanti volteggi nel cielo terso e ambrato di questa città dai mille voltiedalle mille sorprese, sempre uguale eppure sempre differente.

 

Nessuno ti racconterà mai di una piovosa e grigia giornata d’autunno, a Roma. Sì,d’accordo, l’autunno qui si accende di fuoco. Sembra come se un sarto avessedeciso di vestire la natura di sete e broccati orientalidai colori più sgargianti, come se avesse deciso di regalarle il vestito della festa per un ultimo omaggioalpubblico, un ultimo inchino, prima che l’inverno ricopra ogni cosa e ogni casa delsuo gelido manto bianco. Io invece, ti racconterò di quella sensazione di nostalgia,impalpabile, di vapore acqueo, di gocce e di gocciolono, che ti prende quandopasseggi per Roma sotto la pioggia. Di quando la pioggia fa scintillare i sanpietrini e i tetti. Se li guardi bene dall'alto, sembrano appena lucidati da una manomisteriosa. No, non ti parlerò del traffico perenne e caotico, "eterno," come questacittà. Sarebbe troppo banale. Ti parlerò invece di quella coppietta che sotto unombrellotroppo piccolo per ripararsi in due corre via a rifugiarsi dentro unportone, si ferma ansimante, con il fiatocorto, si guarda intorno, e si sorprende ascambiarsi baci tra un capitello corinzio e un mascherone chesorride sornione, trauna scheggia di mosaico e un satiro dall’aria beffarda che se non fosse stato dipietra non avrebbe esitato un istante ad intonare un canto d’amore.

 

Sì, Chiara, a Roma le pietre parlano, anche quando piove, soprattutto quando piove. Basta saperle ascoltare. Hai mai sentito parlare il marmo? Dicono che è “freddo.” Ma non è vero! Se un giorno ti capiterà di perderti dentro una chiesa, una delle tante chiese che raccontano la storia di questa città, sentirai il marmo sussurrarti del tempo che passa inesorabile. Ti racconterà di santi e di madonne, di briganti e di carogne. Devi solo porgere l’orecchio, e quando uscirai dalla chiesa ti sentirai più vicino a Dio. 

 

Ti diranno che sono tutte fantasie di un povero vecchio malato di nostalgia, e che il marmo sta bene negli uffici dei “pezzi grossi” o nei salotti buoni. Forse lo pensa anche un po’ tuo padre che ha respirato più la polvere d’amianto che la polvere di travertino. Ma i cromosomi no, quelli non ingannano.

 

Ti diranno che non c’è niente di più bello che una passeggiata nella foresta con gli sci da fondo in una giornata in cui il sole fa brillare la neve fino a farle cambiare colore; ti diranno che quell’aria fredda e pura tonifica e rinvigorisce.

 

Non lo nego, è vero, è bello passeggiare nella neve in mezzo alla natura. Ma nel mio cuore non c’è posto per questo freddo che non rinvigorisce ma piuttosto atterrisce chi è nato all’ombra del Cupolone. È una questione di cromosomi, come ti dicevo, e quando una campana comincia a suonare, e poi un’altra, e poi un altro rintocco, e poi ancora e poi ancora, e tu sei lì, seduto su una panchina dei giardinetti, con il naso all’insù, è il mio cuore che fa festa, sono le campane di Roma, sono la “voce” di questa città, sono l’annuncio delle nostre gioie, dei nostri affanni, dei nostri dolori, del nostro tempo che scorre all’interno del tempo di questa città che è senza tempo.

 

Non so se riuscirai, Chiara, a capire il senso di queste mie parole. Forse le capirai solo quando passeggiando per Campo dei Fiori ti accorgerai che le arance, le mele, le pere e tutta la frutta e la verdura che vuoi non saranno mai dello stesso “colore” di quelle del mercato Jean-Talon! Lo capirai solo quando scoprirai i colori pastello di una città dalle tinte forti!

 

I colori sì, devo ammetterlo, in questa terra dagli spazi immensi sono forti e belli. Il bianco immacolato della neve, il cielo azzurro cobalto di una gelida giornata d’inverno, il verde intenso degli alberi, degli aceri e degli abeti, dei prati senza fine e dei fiumi senza un confine, ti riempiono lo sguardo, lo appagano, ti fanno sentire tutta la maestosità della natura. Eppure, se proverai a chiudere gli occhi, come sto facendo io ora, li vedrai lo stesso i colori di questa grande città che ne ha viste tante ma è ancora lì in piedi, a dispetto di quanti fanno di tutto per sventrarla solo per avere qualche lira di più in tasca.... ooops, pardon, qualche euro di più in tasca. Sono dei colori che non si vedono solo con gli occhi, ma anche con gli altri sensi. Si intuiscono, si scoprono, si respirano e poi si impregnano dentro di te. È il colore del travertino, è il colore delle scalinate, è il colore delle facciate dei palazzi, è il colore delle case di Trastevere, è il colore dei cortili che si aprono ritrosi e che nascondono tesori generosi. È il colore dell’umore di questa città, è il colore dei sampietrini, è il colore del Colonnato, sono i colori scelti dal sublime Raffaello e dal grandioso Bernini, sono i colori della nostra anima.  

 

Voglio raccontarti, a proposito di anima, di quel giorno in cui faceva un gran caldo e passeggiando per il centro di Roma decisi che era venuto il momento di rinfrescarmi e misi i piedi dentro l’acqua della fontana della Barcaccia a Piazza di Spagna un po’ come fanno ogni giorno centinaia e centinaia di turisti in estate. Sì, mi sentivo “turista” nella mia città, “turista” là dove sono nato e dove ho vissuto la mia gioventù per poi attraversare l’Oceano in cerca di fortuna, non della felicità, perché non si può essere felici se si è sradicati, per un motivo o per l’altro, dalla terra che ti ha generato. 

 

Non furono solo i miei piedi a rinfrescarsi, fu tutto il mio spirito, il mio essere. È come se attraverso quell’acqua fosse passata dentro di me una corrente tutta speciale. Quale corrente? La storia, Chiara, la corrente della storia, le stille dei secoli, gli “avanti Cristo” e i “dopo Cristo,” le impercettibili e fluttuanti particelle della storia di Roma “ladrona,” come l’ha definita qualcuno, o più di qualcuno, che non ha ancora capito il privilegio che ha di poter lavorare in mezzo alla Storia, a fianco della Storia, addirittura “dentro” la Sto- ria. Forse un giorno ti chiederai quante mani hanno toccato quell’acqua che da secoli rinfresca piedi e gole, papi e mendicanti, re e presidenti, soldati e azzeccacarbugli, palazzinari e paparazzi, dignitari e poveracci, artisti e scrittori, attricette e seduttori; quante monetine hanno riempito di sogni, di baci e di ritorni, la grande vasca di Fontan de’ Trevi; quanti brividi sono rimbalzati dalla Fontana dei Quattro Fiumi sulla pelle diafana di un turista scandinavo o su quella coriacea di un politico italiano; quanti amori ha “infilzato” con il suo tridente il Tritone della fontana di Piazza Barberini e quanto debba essere dolce come il miele un bacio schioccato davanti alla fontana delle Api.

 

Sì, mi sembra di sentirti, hai ragione Chiara. Mi metto a parlare dell’acqua proprio a te che sei canadese, che vivi in una nazione bagnata da due oceani, proprio a te che, quando andrai a vedere il San Lorenzo non riuscirai a capire se è un fiume o un mare, proprio a te che potrai vedere le balene nuotare maestosamente nel fiume; proprio a te che vivi in un posto in cui ci sono talmente tanti laghi che alcuni di essi non hanno neanche un nome.

 

Però, però, Chiara, quando vedrai in controluce le fontane di Piazza San Pietro, le mille iridescenze create dalle gocce che rimbalzano nell’aria, capirai quello che ho cercato di spiegarti fino ad ora: non si beve solo per dissetare il nostro corpo, si beve anche per dissetare la nostra anima. E voglio raccontarti anche quando, da bambino, dopo l’ennesima partita di calcio tra un vicolo e l’altro, con le saracinesche dei negozi a fare da porta, la gioia più grande non era il gol appena realizzato ma la bevuta dal “nasone” lì accanto, fedele sentinella delle nostre gole arse che continua e continuerà a dissetare democraticamente chiunque passi da quelle parti.

 

Allora, Chiara, quello che voglio dirti è che c’è acqua e acqua. Tutte dissetano, è vero, ma quella di Roma scorre da più di 2000 anni. È questa la differenza.

 

Mi sembra già di sentire le tue obiezioni, le tue domande. “Ma se ti piace tanto perché non ci sei tornato a vivere?” “Ma qui non stai bene? Hai tutto, hai avuto tutto quello che volevi! E poi, scusa, nonno, ma la città ideale non esiste!”

 

Sì, è vero la città ideale non esiste, ma esiste un’ideale di città, quello che ci portiamo dietro e dentro, noi che siamo emigrati, noi che curiosamente oggi non siamo più chiamati in quel modo – emigrati – ma pomposamente definiti “Italiani all’estero,” omaggiati e coccolati oggi, “ambasciatori” dell’Italia all’estero, “ponte” tra i Paesi in cui viviamo e la sciagurata Madre patria. Cosa ci rimane alla fine se non l’ideale anzi, l’idea di città, quella che abbiamo lasciato tanti anni fa quando siamo partiti – un’idea che si è cristallizzata nella nostra anima e che abbiamo trasportato da quest’altra parte dell’Oceano, intatta ma venata da una sottile e sotterranea nostalgia.

 

Ah, la nostalgia, Chiara, che brutta bestia! Ti prende e ti mette lo stomaco sottosopra. Non ti lascia più, sta lì “stand-by,” come si dice da queste parti, e quando meno te lo aspetti ritorna a galla e ti azzanna alla gola. Basta un niente: uno stato d’animo, una sensazione, un odore, un ricordo e ci sprofondi dentro; come è delicato ma allo stesso tempo solido e forte, terribilmente presente il filo che ci lega indissolubilmente alla nostra terra!

 

Spero, mia diletta, che tu possa vivere tutta la tua vita senza dover avere a che fare con quella brutta bestia che è la nostalgia del posto dove si è nati, senza dover fare i conti con la sofferenza che provoca lo sradicamento. Spero che questo regalo che oggi ti faccio, le mie origini, le mie radici, siano per te soltanto un meraviglioso valore aggiunto. Cos’è un valore aggiunto? – ti chiederai!

 

Te lo spiego. È sedersi in un caffè di Piazza del Pantheon o passeggiare vicino, davanti, dentro, intorno al Colosseo per percepirne il respiro, “le souffle,” l’essenza.

 

Forse, e te lo auguro, riuscirai a percepirne le vibrazioni che, se farai attenzione, si trasformeranno in suoni e sensazioni, il dolce suono della memoria, del ricordo e la calda sensazione di una madre che spalanca le sue braccia per accoglierti, le vibrazioni del tuo... cordone ombelicale!

 

Non mi segui più? Ti senti persa in mezzo a questo mare di parole e di sensazioni? Non ti preoccupare, io so che tu sarai una ragazza piena di sensibilità. Lo leggo dentro quei tuoi immensi occhi nuovi di meraviglia, e sono sicuro che non appena metterai il piede a Roma, una dopo l’altra tutte queste cose ti diventeranno “chiare,” come il tuo nome.

 

Di un’altra cosa vorrei parlarti, Chiara, del tempo e delle sue diverse percezioni. Non appena ne avrai la possibilità, prova a prendere due orologi, uno che segna l’ora di Montreal, e l’altro che segna l’ora di Roma. Mettili entrambi alla stessa ora e vedrai che, col passare dei giorni, dei mesi, degli anni, cominceranno a segnare ore diverse.

 

Il Tempo, in questa terra degli aceri, non è uguale al Tempo della Città Eterna. Eterna, appunto, è tutta lì la “nuance,” la sfumatura. Se il Tempo è eterno, che fretta c’è di fare le cose? Nella terra dei grandi spazi tutto scorre velocemente: la vita, gli affari, gli amori, i divertimenti, tutto si consuma rapidamente. Non c’è neanche il tempo per sedersi un attimo e per guardarsi intorno.

 

No Chiara, non fare quest’errore. Prenditelo il Tempo, prenditi la vita. È tua e solo tua. Fermati a pensare, a riflettere. Siediti a prendere un caffè a Piazza Navona, a goderti il Ponentino. Dovrai essere tu a regolare quelle lancette, dovrai essere tu a far funzionare in sincrono quei due famosi orologi affinché, il tuo, di Tempo, sia sempre tra le tue mani. Non ti far travolgere dalla logica “boulot-dodo.” Non c’è solo quello nella vita, e le tue radici italiane potranno aiutarti ad essere arbitra dei due tempi: il tempo del lavoro e il tempo della famiglia, degli affetti, delle relazioni sociali e perché no, della “dolce vita.” Non fare come succede da queste parti quando due persone che si conoscono si incontrano: si salutano, si dicono un generico “come va?”, ma continuano a camminare, ognuno per la sua strada!

 

Ricordati che, ovunque andiamo e ovunque andremo, ci porteremo sempre dietro il “peso” della nostra Storia. Un “peso” che non è un “peso.” Tutt’altro, è quel famoso valore aggiunto di cui ho cercato di parlarti prima: è la lupa del Campidoglio, sono i settecolli, è l’aquila imperiale, sono San Pietro e Paolo, sono l’arco e la volta, è il diritto romano, è la lingua latina, è lo stile romanico, è la terribilità espressiva di Michelangelo, è la Cupola che fa ombra al mondo, sono le linee nervose dell’architettura Barocca, è lo sfarzo di una Fontana che è una piazza, è la babele di razze e di popoli che da secoli si incontrano e si mescolano, è la “smorfia” di Pasquino, la voce ironica di questa città, madre e matrigna, che ha sempre accolto tutti, prima ancora che a qualcuno venisse in mente di etichettarlo come multiculturalismo.

 

Io spero, mia dolce Chiara, con queste parole, con queste sensazioni, con questi stati d’animo, di non averti annoiato, ma di averti dato la voglia di non dimenticare le tue radici, di non dimenticare che tuo nonno viene da una terra dove entrando in una chiesa buia e spoglia o in una illuminata e sfarzosa, si rinnova il mistero del Cristo fatto uomo, da una terra che è come un teatro dove ogni giorno si replica, sempre uguale ma sempre diversa, la commedia della vita. Entra in quel teatro, ma non da spettatrice, da pro- tagonista perché, forse non tutti lo sanno, ma esser felici è anche una questione di radici. Ciao Chiara, ti abbraccio e ti saluto affettuosamente.

 

Tuo nonno

 

 

Fabrizio Intravaia è nato a Roma nel 1959 dove si è laureato in Lettere all’Università La Sapienza. Dal 1995 risiede a Montreal dove lavora come giornalista presso il Corriere Italiano. Nel 2004 ha pubblicato, per le edizioni Il Filo un libro di racconti per bambini intitolato Le Avventure di Piccolo-Alce.

 

Con il racconto “Passeggiate Romane” ha vinto nel giugno 2007 il primo premio del concorso letterario Settimana Italiana di Ottawa, sezione “Prosa.” 

 

 

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