​Spring 2007

 

FICTION

 

 

Viaggio Nel Sogno

 

 

by  Pietro Corsi

 

Affacciato al balcone della mia infanzia, vedo una lunga vallata verde: si insinua, come coda di serpente, tra le gole delle montagne che con incomparabile armonia si slavano fin sullalinea del lontano  orizzonte. Qua e là, vecchie case coloniche affumicate dalla patina del tempo, e il Bruno di boschi chiusi fitti. Sembrano baffi sporchi sulla tela di un pittore distratto o stordito dalla serenità del paesaggio. Nella parte bassa, è tagliata in due da un torrente conosciuto con l'improbabile nome di Cigno; torcendosi tra le piane ai piedi dei monti, e rallegrate dal cinguettio degli uccelli, dove bagnando canneti e dove carezzando la folta vegetazione, le sue acque scorrono con pigra e rassicurante lentezza. Si perdono, si ritrovano, si perdono nuovamente e nuovamente si ritrovano prima di perdersi di nuovo e per sempre in un punto lontano, nascosto. Lì confluiscono con quelle del fiume Biferno e assieme continuano il breve corso prima di sfociare, leggere e vaporose, in quelle dell'Adriatico.

 

Di fronte, tra le montagne che separano questo mio lembo di terra dal resto del mondo, c'è uno spacco naturale; si affaccia sul corridoio marino attraverso il quale, partendo da Trieste, la bora arriva fin qui, ormai priva della sua proverbiale forza distruttiva, per solleticare il sudore estivo. Al di là di quello spacco, nei giorni di sereno mi era sempre possibile intravedere una fascia di mare. L'azzurro di quelle acque non mancava mai di regalarmi un sogno che mi vedeva felicemente trasportato in terre lontane. Per opera di magia, in quelle terre sconosciute l'irreale diventava reale e l'impossibile cosa palpabile: come un oggetto, un gioiello o un reliquario, qui, nel palmo delle mie mani.

 

È una giornata luminosa e piena di fragranza primaverile, come lo sono, da queste parti, tutti i giorni del mese di maggio. Sui declivi, al di là del torrente e sparsi tra campi e boschi, i vigneti sopravvissuti alle inclemenze del tempo risplendono di un verderame che vorrebbe annunciare una buona vendemmia, Giù in fondo, sulla destra, c'era stato il vigneto di mio padre. Ora è un campo nudo attraversato da una ferita che scende, lunga e profonda come un abisso, fin sulla sponda del Cigno. È una vecchia frana che ogni tanto si rinnova sputando melma antica, incancellabile. Sulla parte alta, dietro il pozzo, c'è una casetta su due piani, anonima e bianca. La finestra del piano superiore, con I suoi vetri rotti, è un buco nero che spicca sul bianco del muro come l'occhio spento di un ciclope. Quel fabbricato stinto e solitario, abbandonato, è testimone silenzioso di un passato sereno, di una felicità che, come prezioso frutto della natura, matura solo nel grembo materno.

 

Nel pianoro sottostante c'era stato anche il vigneto di mio nonno. Appena dopo il cancello, nascosto dietro un canneto, c'è ancora il pagliaio, mio rifugio dagli spiriti maligni della gioventù. Lo aveva costruito nonno Titto con le sue mani incallite quando, ancora giovane, aveva forze da vendere e faceva la spola tra il New Jersey e il Massachusetts e l'Ohio della lontana ‘Merika e questo suo Molise. Nonno Titto era stato orgoglioso di quel pagliaio. Quando pioveva, non lasciava trapelare una sola goccia; e il vento lo sfiorava con rispetto passandoci sopra con un sibilo, un fischio prolungato che si annunciava e si perdeva, gradualmente, nella lontananza. Anche quel pagliaio è testimone innocente e silenzioso di un sereno passato. Non c'è più il vigneto né gli alberi di fichi natalini né il canneto; e non ci sono più gli alberi di mandorle, susine, mele, pere, ciliegie che, allineati come sentinelle uno dietro l'altro, segnavano la linea di confine con gli altri campi e con il vigneto del notaio don Vincenzo Corsi.

 

I due Corsi, Titto mio nonno e don Vincenzo il notaio, l'uno della Terravecchia l'altro del Borgo Nuovo, non erano parenti. Il notaio ci teneva a precisare, ogni qualvolta se ne presentava l'occasione, che il loro ceppo era stato importato a Casacalenda attorno al ‘600 da un commerciante fiorentino che vantava discendenza diretta dalla famiglia di Jacopo Corsi, musicista e importante patrono di quell'arte. Il Corsi della Terravecchia, mio nonno, permetteva, sorridendo, che l'altro parlasse; ma non si lasciava sedurre da quelle lusinghe di lontana quanto improbabile parentela. Lui era lui, il nonricco dei Corsi; l'altro, il notaio cioè, era l'altro, il ricco dei Corsi. Le cose stavano così e quello era tutto. E no, non erano parenti! Gli dava conforto pensare che, proprio perché non lo erano, potevano trascorrere le loro giornate di ozio nella felicità inalienabile di un'amicizia che fioriva tra quei campi, veniva annaffiata giornalmente con un boccale del buon vino delle loro vigne, e seppure diventava vizza con l'arrivo dell'inverno, immancabilmente rinverdiva all'inizio di ogni primavera.

 

Questo che oggi vedo è un paesaggio affascinante e misterioso. Ammalia, e in segreto seduce invitandoti a esserne parte lì per sempre, verde foglia di un albero, esile ramo di un arbusto mosso dal vento, fiore di campo e fiore di bosco, fiore ermafrodita e orfano fiore unisessuato, una zolla della terra riarsa antica come il tempo che fugge, eterno. Questo paesaggio nasconde, e quando del caso svela, i più semplici ed elementary segreti del mondo: basta saperli pensare e, pensandoli, di volta in volta inventarli.

 

Sullo sfondo la vallata è coperta da una specie di manto grigio che vorrebbe essere trasparente, ma non lo è. Non a sufficienza per rivelarmi quello spicchio di mare lontano. Io so però che il mare è lì, appena nascosto nella vicina lontananza. Posso annusare l'odore pungente ma sempre gradevole della salsedine, misto con i profumi della poesia mediterranea mai dimenticata: la salvia e la menta, la ruchetta che cresce, generosa e forte, lungo i secchi binari della ferrovia, l'origano e il rosmarino, il basilica con le sue foglie aromatiche e i fiori raccolti nelle spighe, chiari e trasparenti come pensieri. Risalendo dal mare, i profumi si insinuano lungo la vallata del Biferno per imboccare infine il corso del Cigno e inondare le strade e le case dei paeselli che dall'alto vi si affacciano con un sorriso.

 

In quest'alba che potrebbe segnare l'inizio del tramonto di una vita, sono      qui ad ammirare questo paesaggio del cuore e della mente così come lo ammirava mio padre Giovannino prima di me, e nonno Titto prima di lui quando ancora che la vita non prendeva, per loro, quella svolta mai desiderata ma sempre con dolore attesa che è lì a ricordarci che la vita altro non è che un lungo viaggio lontano, nel sogno. Come il sogno viene, dura quel che dura, poi inesorabilmente va e più non è perché si perde, per sempre, nel sublime incanto della natura. Lo diceva anche, in modo diverso e con parsimonia di parole, un vecchio saggio spagnolo, Calderón de la Barca, che continua a vivere nel meraviglioso mondo dei poeti di tutti i tempi. Un giorno di quel suo lontano passato, svegliato all'improvviso da una riflessione che lo aveva assillato tra veglia e sonno, Calderón de la Barca si alzò, ritto nella sua lunga figura chisciottesca, e con meraviglia e convinzione esclamò: la vida es sueño, la vita è sogno.

 

Come se un pensiero si stesse facendo strada nella sua mente in quell preciso momento, spesso nonno Titto guardava il vuoto di fronte a sé, emetteva un lungo sospiro, aspettava. Con la consapevolezza del bambino curioso, o forse non più curioso, io sapevo allora che aveva un bisogno urgente di comunicarmi qualcosa che non poteva e non doveva perdersi nel dimenticatoio del tempo. Gli prendevo silenziosamente la mano, e con il mio silenzio lo incoraggiavo.

 

“Lì di fronte, tra quei boschi,” lui mi diceva, senza ricordarsi di avermelo già detto il giorno o la settimana prima, “c'era un villaggio chiamato Gerione. I suoi ruderi, abitati da serpi e lupi, sono nascosti tra la sterpaglia. Un giorno, duemila e più anni fa, fu assediato da un cartaginese di nome Annibale che con un temibile esercito e un branco di elefanti africani terrorizzava il territorio. Il condottiero romano Fabio Massimo si accampò sulla Montagnola di questo che è oggi il tuo paese. Da lì, giorno e notte, per mesi, seguì i movimenti del nemico in attesa del momento più propizio per affrontarlo. Finalmente scese nel fondovalle del Cigno e cominciò a risalire la china per circondare l'accampamento del nemico cogliendolo di sorpresa. Fu così che Fabio Massimo riuscì a sconfiggere il cartaginese e gli fu affibbiato l'appellativo di temporeggiatore. La sua tattica è entrata nel dizionario delle arti belliche con il nome di tattica fabiana.

 

Questo mi diceva nonno Titto. Mentre concludeva il suo racconto, il petto gli si gonfiava d'orgoglio come se fosse stato lui stesso uno di quei due intrepidi condottieri, il romano Fabio Massimo o Annibale il cartaginese. Mi stringeva la mano in segno d'intesa, e anche il mio petto si gonfiava d'orgoglio.

 

Anni dopo, nonno Titto morto, quelle rare volte che si sentiva in vena di parlare mio padre mi portava su questo balcone. Indicandomi il paesaggio, mi diceva che d'estate, durante la notte, con la luna piena e con le stelle alte brillanti come pietre preziose su nel cielo, dalla boscaglia di Gerione si potevano vedere fili di luce innalzarsi, lentamente, fino a dileguarsi nel niente come le fiammelle delle anime dei morti innocenti.

 

“Sono le anime dei guerrieri che persero la vita combattendo quella battaglia. Me lo diceva mio padre quando ero un bambino, come te ora,” un giorno mi confessò. “Io però quei fili non li ho mai visti. Sarà che lui credeva in quelle cose, io invece no, non ci credo.”

 

Quello mi diceva nonno Titto, e questo mi diceva mio padre. A mia volta, per continuare la tradizione da loro coltivata e da me innocentemente raccolta, ho cercato anche io di dirlo ai miei figli Giampiero e Giancarlo. Loro, però, cresciuti nella lontana ‘Merika dove hanno, per me, piantato le mie radici, e pur avendo bevuto latte romano e molisano sin dai primi mesi della loro vita, queste cose non possono sentirle. O, se le sentono, non riescono a vederle né con gli occhi né con la mente né con il cuore inaridito dai venti caldi dell'Arizona e del Colorado che bruciano le terre della loro dorata California. Devo confessare che io stesso, sempre in giro per il mondo, sempre in fuga da quello che avevo appena raggiunto, avevo forse finite per dimenticarle.

 

Osservare questo straordinario spettacolo della natura, in una giornata di fine primavera che mi regala ancora gli indimenticabili profumi dell'infanzia, per me è un po' come ricordare. Mi incuriosiva sapere cosa c'era al di là delle montagne che dal lontano Matese scivolavano via con dolcezza, lasciandosi dietro verdi vallate ondeggianti, fino a posarsi sulla rena dell'Adriatico. Quelle montagne, e quel mare, dividevano il Molise dal resto del mondo isolandolo in un microcosmo da molti considerato oasi di pace e di serenità.

 

Winner of First Prize in Fiction, 2006 Contest of the Association of Italian Canadian Writers.

 

In gioventù, Pietro Corsi ha lavorato a Roma come traduttore per l'industria cinematografica. A Montreal, dove si trovava nel 1959 per una semplice visita, ebbe la fortuna di potersi fermare alla redazione de Il Cittadino Canadese. Sulle pagine di quel settimanale  è nato il suo primo libro, La Giobba (Winter in Montreal. Guernica,  2000). Ha scritto una dozzina di libri l'ultimo dei quali è L'odore del mare (Il Grappolo, 2006).

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